Se ci riconosceremo, ci riconosceranno

Mar 8th, 2010 Posted in Uncategorized | no comment »

Puntuale come ogni anno, e non potrebbe essere altrimenti dato che non si regola con i cicli della luna come carnevale e pasqua, arriva la festa della donna. Per molti anni per me, donna superiore e femminista fin da bambina -per indole più che per eredità culturale, la parte materna della mia famiglia è composta da donne autodeterminate più per costituzione che per ideologia – la festa della donna è stata un momento di incontenibile spasso. Trovavo molto divertente immaginare signore imbellettate in vesti animalier raggiungere locali di discutibile ambiente per festeggiare con del prosecco e uno spogliarello maschile il fatto di essere donne e di poter uscire, una sera l’anno, a festeggiare per il fatto di esserlo, donne, imbellettate e in vesti animalier, andando in locali di ambiente discutibile a bere prosecco e infilare banconote nel tanga di un giovane tamarro. Rare volte credo che il mio immaginario abbia raggiunto così accurate punte di realismo post-verista.

Poi ho avuto la fase arrabbiata. Cito direttamente un post di allora. Essere in rete since 2003 ha i suoi vantaggi, in fatto di reperibilità dei documenti che non ho cancellato. Qui il link alla pagina originale.

Cosa aspettarsi da me, a proposito della festa della donna? Probabilmente una serie di sproloqui sullo squallore dell’andare a vedere gli spogliarelli, sui poveri alberi di mimosa spennati, sul fatto che essere donna non è poi una cosa straordinaria, visto che lo è metà dell’umanità, e tra le altre cose è la mia realtà quotidiana. Cose vere e sacrosante.

Sull’inutilità dell’otto marzo in sé, invece, non mi sentirete dir nulla. Perché è profondamente giusto ricordare.

E’ giusto ricordare che tante guerre si sono combattute e si combattono sul corpo delle donne, non persone, ma fattrici di nuova vita. Decisioni prese da altri, per scopi di altri, all’insegna della piena passività/ricettività del femminile. Stupri etnici, matrimoni per forza, l’oppressione di un cristianesimo dimentico di Maddalena, la minaccia di revisione della 194.

E’ giusto ricordare che, per migliaia di anni, a una buona fetta dell’umanità non è stato permesso esprimersi secondo le sue capacità. Che ad oggi in molti luoghi la situazione non è cambiata. E quanto abbiamo perso tutti, in fatto di scienza, di letteratura, di filosofia, di arte, dall’impossibilità di operare di tante belle menti che non si sono potute scoprire tali.

E’ giusto ricordare che è una schiavitù che ha fatto comodo anche alle donne, per anni, e che è ancora ben lontano dall’essere superata, perché ancora noi donne non abbiamo trovato la nostra via per essere persone, senza né virilizzarci, né abdicare all’indipendenza. Dobbiamo lavorare, per noi e per i nostri figli, per costruire una cultura che sia davvero di tutti.

Per favore, quindi, non fateci gli auguri. E’ una giornata di lutto.

Oggi sono ancora convinta di quello che ho scritto anni fa, e sono molto felice di averlo ritrovato e riletto: aiuta a tirar su la stima di sé, troppo spesso calpestata. È problema femminile anche questo, ormai di frequente misconosciuto. Ma aggiungerei che ritengo che adesso si sia fatto ancora più necessario che anche gli uomini comincino a riflettere sul proprio ruolo. I rapporti fra i sessi -che poi è come dire i rapporti tra le persone- o almeno la rappresentazione che di essi fa la politica, mi sembrano tornati a essere in modo palese rapporti di potere. La questione femminile non riguarda più solo i diritti delle donne, ma diventa sempre di più una questione di coscienza critica e di osservazione attenta dei rapporti dell’individuo con il potere subito e esercitato. Non possiamo considerarla una questione archiviata, e non potremo mai considerarla tale: se non lottiamo noi per difendere i nostri diritti non lo farà nessun altro.

Dobbiamo mettere la mimosa sul bavero, allora? Se non siamo allergiche, perché no.

La virtù meno apparente

Feb 24th, 2010 Posted in Uncategorized | 13 comments »

Governare l’immagine di sé in rete non vuol dire solo non farsi sfuggire dati che potrebbero metterci in imbarazzo se capitassero sulla scrivania del capo, o della nonna, ma anche cercare di capire l’effetto che le proprie esternazioni creano sulle persone con cui si è in contatto. Farlo è tanto più indispensabile quanto più si ha visibilità, in rete e nella società civile (ma poi oggi sulla rete e su facebook in particolare  c’è differenza tra internet e  società civile?). D’altro canto, è un fatto che ci sono persone che, per ragioni che non mi sogno nemmeno di indagare, non hanno voglia di/non sono in grado di autodisciplinarsi. Ed è un bene che lo facciano, si impara a diffidare.

Ho scritto la mia tesi di laurea ascoltando in maniera ossessiva le Variazioni Goldberg di Bach suonate da Glenn Gould: il disco che è più facile trovare a casa di chi di musica classica ne capisce poco o nulla. Non so come corregga le tesi il mio relatore, se in ascetico silenzio o ascoltando techno. Non so cosa stimoli al meglio la sua concentrazione, la giusta concentrazione che denota rispetto del lavoro altrui da parte di chi ha stabilito un patto di fiducia con i propri tesisti. Ma ecco, a scoprirlo creatore di una fan page su facebook rivolta a dimostrare l’apprezzamento nei confronti dell’attività di “Correggere le tesi con iTunes aperto e la musica sparata a tutto volume”, rimarrei male.

Non sto a sindacare sulla liceità dell’ascoltare musica a tutto volume mentre si lavora. Qualsiasi cosa possa essere utile a concentrarsi per me va bene. Quando studio passeggio per la casa, quando scrivo ascolto musica -sempre gli stessi brani per lungo tempo, con fine ipnotico-.

Trovo però che il messaggio trasmesso dalla Fan Page non sia: “uh, come mi concentro bene con la musica a tutto volume”, ma:  “Uh, ecchissene delle tesi”.

Quando ero alla scuola per insegnanti apprendisti mi hanno insegnato che per un insegnante è importante rendersi conto del feedback reale dei propri allievi, del reale effetto che l’agire del docente ha su di loro. Mi hanno insegnanto anche che se si appare poco coerenti con il  proprio ruolo, o disattenti, è difficile fornire elementi di istruzione.

Torno a essere studentessa, dunque -del resto, lo sono stata fino alla fine di gennaio, se si è studenti ai corsi di specializzazione- e offro il mio sincero parere sulla fan page “Correggere le tesi con iTunes aperto e la musica sparata a tutto volume”.  L’impressione che a me dà  è che il suo fondatore voglia fare il figo, se mi è lecito il giovanilismo che più mi sembra adatto al caso. Spero in una svista data dall’allegria di una sera alcolica, o in un furto di password, perché di professori yeah ne abbiamo abbastanza.

Altre riflessioni sullo stesso argomento qui, qui, e qui

Nun (te reggae chiù)

Feb 23rd, 2010 Posted in Uncategorized | 2 comments »

Durante il mio secondo tirocinio, quello del corso per insegnanti apprendisti specializzati in ragazzi caciaroni e silenziosi ma con qualche difficoltà in più, mi è capitato di assistere a un’ora di religione. La collega (BUM) ha detto alle ragazze di una seconda di considerare Gesù il loro fidanzato, un fidanzato che le ama sempre.

Mi son venute in mente immagini di suore baffute e odorose di confetto falqui.

Il video è stato realizzato dal gruppo laicità della cgil e dalla comunità valdese di Savona.

I disegni sono del sempre grande Danilo Maramotti

Tutti devoti tutti. Ma anche no

Feb 6th, 2010 Posted in Uncategorized | 7 comments »

La festa di Sant’Agata, a Catania, è una festa invadente. Affascinante e pagana -affascinante perché pagana- ma invadente.

Lasciamo perdere la mafia, che -è provato, cfr puntata di report “i Vicerè” prima e seconda parte- non solo ha messo le mani sulla festa, ma ci rimesta dentro con gli avambracci fino al gomito. Facciamo finta che non ci sia la cera che, sciolta in terra, provoca ogni anno incidenti agli automobilisti e ai pedoni. Son quasi sicura che i catanesi che leggono abbiano tutti rimediato o quasi una culata sul basolato lavico dei marciapiedi del centro storico. In più, la gestione delle cererie è quantomeno sospetta, cfr un articolo ben documentato di Catania possibile, in un numero che non trovo più e quindi non posso allegare, accidenti. Passino pure gli incidenti, anche mortali, lungo il percorso della vara. È evidente che disapprovo la calca e la considero pericolosa perché sono miscredente, non perché anno per anno c’è il reale pericolo che qualcuno ci lasci le penne, e ogni tanto pure succede.

Ma non trovate anche voi che svegliare un’intera città alle quattro e trenta del sabato mattina con i botti dei fuochi d’artificio sia un po’ eccessivo?

Nella foto, quello che apprezzo di più della festa.

Shut up and start writing

Feb 3rd, 2010 Posted in Uncategorized | 2 comments »

Il livello che mi concede un briciolo di soddisfazione interiore per un lavoro svolto è la perfezione. Quando non posso raggiungerla, e quasi mai si può, che tutto vada a ramengo, non mi importa più. Sono ossessionata.

Questa confessione è per giustificare a me stessa il fatto che non scrivo quasi più, salvo rare incursioni qui. Da quando scrivo poco non son più capace di infilare pensieri uno dietro l’altro in maniera rilassata e qualche volta pure efficace. Le poche volte che mi siedo davanti a un dispositivo da scrittura, penna, foglio, computer che sia, produco testi che non mi piacciono per niente,  mi avvilisco e li cancello subito, senza averli fatti leggere a nessuno. Non ho mai pensato di essere una scrittrice, non so domare le parole finché mi obbediscano ciecamente, ma la parola scritta mi è sempre piaciuta. E ancor più mi piace la lucidità che mi accompagna nei periodi in cui scrivo. Prima pensavo che fosse l’essere lucida a spingermi a scrivere; ora, non ne sono più convinta. L’arte di mettere le parole una dietro l’altra, e l’arte di pensare, che poi è la stessa, non sono figlie delle muse, ma dell’esercizio e della disciplina. Devo costringermi a mettere giù qualche riga, ne va – sul serio- della mia salute.

La foto viene da qui

Opera al bianco

Jan 30th, 2010 Posted in Uncategorized | no comment »

Quali sono alcuni dei sintomi di una relazione infranta con la forza selvaggia della psiche? Sentire, pensare o agire in uno dei modi seguenti significa aver parzialmente reciso o completamente perduto la relazione con la psiche istintuale profonda. Ricorrendo esclusivamente al linguaggio delle donne, ecco di che si tratta: sentirsi straordinariamente aride, affaticate, fragili, depresse, confuse, imbavagliate, zittite, appiattite. Sentirsi impaurite, esitanti o deboli, senza ispirazione, senza vivacità, senza sentimento, senza senso, cariche di vergogna, cronicamente evanescenti, volatili, ferme, sterili, compresse, pazze. Sentirsi impotenti, cronicamente in dubbio, vacillanti, bloccate, incapaci di determinazione, di dare la propria vita creativa agli altri, di rischiare nella scelta dei compagni, del lavoro o delle amicizie; sofferenti per quel vivere al di fuori dei propri cicli, iperprotettive nei propri confronti, inerti, incerte, titubanti, incapaci di darsi un ritmo o di porsi dei limiti. Non insistere sul proprio ritmo e la propria misura, essere impacciate, essere lontane dal proprio Dio o dai propri dei, essere separate dalla propria reviviscenza, affogate nella routine domestica, nell’intellettualismo, nel lavoro o nell’inerzia perché questo è il posto più sicuro per chi ha perduto i suoi istinti. Paura di avventurarsi da sole o di rivelarsi, paura di cercare una guida, una madre, un padre, paura di mostrare il proprio lavoro imperfetto se non è ancora un’opera completa, paura di partire per un viaggio, paura di occuparsi di un altro o di altri, paura che venga, se ne vada, decada, umiliarsi davanti all’autorità, perdere energia di fronte a progetti creativi, trasalire e ritrarsi, umiliazione, angoscia, torpore, ansia. Paura di fermarsi quando null’altro resta da fare, paura di provare il nuovo, paura di affrontare, paura di parlare, pro e contro, mal di stomaco, crampi allo stomaco, acidità di stomaco, tagliate a metà, strangolate, troppo facilmente pronte a essere concilianti o carine, vendetta. Paura di fermarsi, paura di agire, sempre a contare fino a tre senza cominciare mai, complesso di superiorità, ambivalenza, eppure altrimenti pienamente capaci, funzionanti appieno. Queste rotture sono una malattia non di un’era o di un secolo, ma diventano un’epidemia ovunque e tutte le volte che le donne sono catturate, tutte le volte che la natura selvaggia rimane intrappolata.

Il brano è tratto da Donne che corrono con i lupi, di Clarissa Pinkola Estes.

La foto si intitola Fear of the dark, e viene da qui

Carissimo anonimo

Dec 21st, 2009 Posted in Uncategorized | one comment »

Carissimo anonimo che sei arrivato da queste parti digitando “matrimonio oblomov azalais”, per favore, manifestati e fammi sapere chi sei. Non per altro, son curiosa.

La foto viene da qui. Tra alcuni giorni anche noi dovremo scegliere la torta.

Dec 19th, 2009 Posted in Uncategorized | 8 comments »

Thanks very much to Dana Simpson for the image and for her kindness. I love her delicate comic Ozy and Millie

Quando guidi da solo guidi con Hitler

Dec 16th, 2009 Posted in Uncategorized | one comment »

Delizioso manifesto americano di propaganda. Non pensavo che le parole delizioso e manifesto di propaganda potessero mai essere messe in una stessa frase: mi sbagliavo. Ma basta eccezioni, eh.

Non pensate all’elefante

Dec 14th, 2009 Posted in Uncategorized | 3 comments »

Non mi vedo sulle barricate. Non sono tipo, anche se a volte mi lascio andare a opinioni recise e più di una volta ho sperato nel manto della grande consolatrice per mettere fine a quest’epoca di pazzi grotteschi, inquietanti e pericolosi. Non che io sia convinta che la morte dell’elefante possa portare chissà quale epoca di gioia e benessere, ma quando si vuole evadere da una prigione qualsiasi cunicolo è buono, fossero anche le fogne. Non mi importa nulla del fatto che la violenza dei toni, dei discorsi, della società ha chiamato altra violenza. Mi importa osservare che cosa questa violenza diventerà. E ho una paura dannata.

Non mi vedo sulle barricate, ma non mi vedo nemmeno in esilio, anche se a espatriare ogni tanto penso. Sapete, la nostalgia di cui è zeppo il nostro radicalismo vintage mi inquieta. È come se tutto fosse già visto, come se anche un’eventuale rivoluzione dovesse riprendere gli stessi schemi del passato, la protesta per il pane, Gaetano Bresci, gli scioperi, il biennio rosso, olio di ricino, Resistenza, Sessantotto, le Brigate Rosse. Sull’altro versante stavolta non c’è Bava Beccaris, non c’è Mussolini, non ci sono i borghesi tutti dei porci. C’è qualcosa che io non ho capito bene, che somiglia abbastanza al fascismo da costringermi oggi a pensare a Anteo Zamboni e a sentirmi in grossi guai. Ma che allo stesso tempo percepisco molto diverso dal fascismo. Ci vorrebbe mio nonno, che il fascismo l’ha vissuto.

Ma forse non ci sono due schieramenti, ce n’è uno solo. Tutti siamo immersi in linguaggi simili, e alla fine ci troviamo tutti in superficie a pensare le stesse cose, a usare le stesse parole. A contaminarci col nulla montato a neve.

Non è un elogio alla purezza, ma una riflessione a alta voce.

Per leggere altre riflessioni più interessanti della mia date uno sguardo qui e qui.