De l’impotenza indotta
Sarò strana io, ma quando sento parlare di castrazione chimica penso, nell’ordine
- Al povero Alan Turing
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A un bruto che, ritrovandosi impossibilitato a usare il proprio cazzo per offendere, stupra una donna con il manico di una scopa.
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All’articolo 13 della Costituzione
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Ai primi capitoli di Sorvegliare e Punire.
E se si sbattessero in carcere cosa penseresti?
Mi inquieta assai l’uso del “man”. Non che io sia diventata Heideggeriana tutta in una botta, è solo che non ho capito se il si sta a voler dire “tra loro” o il si vuole dire “lo stato”, “il corpo sociale” o variazioni sul tema. Perché il significato cambia assai.
(e in generale il carcere pare che risolva molto poco, se in termini di utile e non di etica vogliamo parlare.)
Devo dire che il fraintendimento l’ho un po’ voluto; ad ogni modo a me, in situazioni simili, mi viene sempre da pensare alla Clockwork Orange.
(Comunque, se si ci ripensa, Turing usava il suo manico di scopa consensualmente, e i bruti sbolliti non è detto che non provino sollievo senza poter usare la verga.)
Perché hai guardato troppo Kubrik e non hai letto abbastanza Foucault.
(Loro magari troveranno sollievo nell’uso fallico del manico di scopa. Non so un* gentile signor* non consenziente come potrebbe prenderla)
Azzecchi appieno. 🙂
Quanto all’uso fallico, ci credo poco (come alla psicanalisi in generale). Credo invece nel gran potere della chimica. Se anziché castrante fosse, mettiamo, “disaggressivante”, saresti ancora contraria? (In altre parole, somministrazione di acidi anziché ormoni — acidi di cui l’umanità fa ampio uso da ere.)
Non so, ho avuto esperienza di farmaci modificatori della personalità prescrittimi contro la mia volontà (tempi bigi, quelli) e devo dire che è davvero mortificante. Mi sembrano lesioni anche quelle.
Ho l’impressione che ci siamo infilati in un labirinto.
(scriverò cento volte Kubrick, maestro)
So qualcosa delle benzodiazepine. Direi che sono… rassicuranti. 😛
Uscendo fuori dal labirinto — o inoltrandoci sempre più, magari cancellando le tracce lasciate sulla neve — direi che parlare di ciò che è contro la volontà è impresa vana. La prigione come pena sarebbe contro la volontà (del “criminale”). Il pagare le tasse lo è, anche, per la mia volontà. Così come, in genere, ogni limite all’individuo posto dallo Stato. (Probabilmente alcuni li accettiamo meno malvolentieri poiché “razionali”: ma che cos’è razionale? E ancora: funzionerebbe meglio un criterio utilitarista?)
P.S. Sbaglio o tra le tue 25 cose c’era la bacchetta della maestrina? 😉
Contro la mia volontà, e quei farmaci là. Era un discorso specifico e molto individuale.
La prigione è una punizione ancora dei tempi della pietra e della fionda, continua a essere un contrappasso, meno cruento, meno sanguinoso della legge del taglione, ma sempre contrappasso. Tu mi togli qualcosa (a me, corpo sociale), io tolgo qualcosa a te. La volontà sta prima dell’azione delittuosa, e si confonde con la responsabilità. I suppose, I think, penzo
No, c’era la bacchetta dell’insopportabile correttrice di testi scritti terrorizzata dal subire lo stesso trattamento che lei riserva agli altri. Aiuto.
La cosa insolita è che, secondo certe ricerche neuroscientifiche (di Libet in particolare), questa volontà non può che essere inconscia — dunque non scientemente voluta. Torniamo allora alla spinoziana soppressione del cane rabbioso, e contenti tutti. (Come alternativa vedo solo robe come “rieducazione” — riecco la vicenda di Alex De Large — non meno coatte, però.)
P.S. Considera che a mio avviso la legge più civile — nonché la prima — è quella del taglione (così vicino alla morale kantiana!). Il guidrigildo è già una sofisticheria iniqua, una degenerazione disprezzabile nel suo voler (ap)prezzare qualsivoglia danno.
P.P.S. A voler fare il solito illuminista, comunque, ravviso come unico deterrente la certezza della pena. Ma lì il solito progressista sinistroide, lo so già, ciancerebbe di big brother, di violazione della pràivasi e robe del genere. Insomma: c’ama fari?
Scusami ma il carcere perchè no? Io sono assolutamente contro la castrazione di qualsiasia genere ma il carcere neutralizza lo stuptratore, come l’assassino, il politico(non sempre)
Si parlava in abstracto. Chiacchere da filosofi, che per altro si sono intortate in un oceano di paralogismi. Insomma, chiacchere da filosofi.
Il carcere, perché no. E’ un’istituzione che, al solito in abstracto, mi lascia perplessa. Perché il carcere, se considerato come mero luogo di contenimento della devianza, è efficace finché la persona è dentro le mura. Non garantisce che chi esce fuori non torni a delinquere. E il carcere come strumento di rieducazione, di ortopedia sociale direbbe uno parecchio più bravo di me, mi fa un po’ impressione. Mi ricorda abbastanza da vicino il gulag.
Si tratta di scegliere il male minore. Un sistema di pena e rieducazione in un clima di vigilanza democratica (che in questo momento non c’è, ma è un altro discorso) è di certo meglio dell’anomia. Lo è persino l’antico sistema dei supplizi e delle galere.
(Per un motivo molto simile a questo la questione dell’educazione e della scuola è estremamente delicata)
Insomma, siamo partiti dall’utilitarismo e all’utilitarismo siamo tornati. Con una puntina di Leviatano.