Che puzza di capro

Sei capro espiatorio, tu. Zitto e feti. Un capro è un capro è un capro, e bela sempre la stessa nota, beee beee beee. Non parlano, i capri, e guai a loro se lo fanno. Belano, al massimo, ma l’olocausto viene meglio quando sono capri zitti, belle pecorelle bianche dalla lana riccioluta. E quindi, zitto tu, capro. Sei capro, e taci portando il gravoso fardello di ogni problema della scuola.

Non voglio pensare sempre all’elefantino, e gridare “al fascismo al fascismo”, ché quando il fascismo si presenta rischiamo di non riconoscerlo più. Sono però allibita da questo articolo. È molto grave: siamo in piena censura, oltre le prove tecniche di fascismo. Potrei iniziare a citare i padri nobili della nostra democrazia, tuonare sull’articolo 21 della costituzione, e sugli articoli 33 e 34 che tanto mi sono cari. Ma non lo faccio, e userò un linguaggio pedestre, perché mi sembra quello più adatto al caso. Il linguaggio appena sopra l’insulto diretto, perché chi tratta i cittadini alla stregua di sudditi, e ne cerca l’aderenza del pensiero agli ordini del potere, non merita la carità della gentilezza nelle parole.

Cito:

“E’ lecito – dichiara il ministro dell’Istruzione – avere qualsiasi opinione ed esprimerla nei luoghi deputati al confronto e al dibattito. Quello che non è consentito è usare il mondo dell’istruzione per fini di propaganda politica che nulla hanno a che vedere con i compiti della scuola. Chi desidera fare politica si candidi alle elezioni e non strumentalizzi le istituzioni”.

Quando si fa propaganda politica a scuola? Quando si dice che i tagli ai finanziamenti dell’istruzione portano a classi con un numero abnorme di alunni? Ma questa è la scuola che parla di sé stessa, e ha necessità di farlo per sopravvivere, per apportare il proprio contributo diretto e consapevole alla discussione collettiva.

Definiamo il concetto di “fare politica”. Fare politica -sarò old fashioned- vuol dire prendersi cura della polis, ossia della collettività. A fare politica sono tenuti tutti coloro che sono responsabili della polis, o -per usare un termine un filino meno passato- dello stato, e in democrazia ciascun cittadino ha piena responsabilità. Nel fare politica di solito si segue un’idea di base su come dovrebbe essere la società. Io, per me, son dell’idea che i servizi essenziali debbano essere gratuiti e accessibili a tutti, che tutti debbano a seconda delle proprie capacità contribuire al sostentamento sociale pagando le tasse, e che lo Stato debba tutelare i diritti dei cittadini, in primis quello al lavoro e alla autonomia nella scelta e nella parola.
Definita la politica come cura della polis, va da sé che denunciare che manca la carta igienica nei cessi della scuola è un’azione politica. E l’idea di base che segue è che siccome la scuola svolge un servizio a persone, è giusto che si prenda carico anche di alcune attività necessarie perché lo studio si svolga nella maniera più efficace possibile, e la più confortevole. Evacuazione inclusa. E via discorrendo per il resto delle questioni.

Non capisco perciò perché denunciare le magagne della scuola debba essere “strumentalizzare le istituzioni”, o “usare il mondo dell’istruzione per fini di propaganda politica”. Che tu sia comunista, fascista, forzaitaliota o come diamine si chiamano adesso, se manca la carta rimani sporco di merda.

This entry was posted on Saturday, May 22nd, 2010 at 2:35 pm and is filed under Uncategorized. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

13 Responses to “Che puzza di capro”

  1. Ossidia says:

    Il finale è da cornice.

  2. Azalais says:

    Grazie!

  3. Ciao Azalais.
    Ho letto con interesse il tuo post, cortesemente segnalatomi da Tommy David.
    L’amore per le generazioni future si misura nell’attenzione posta nelle strutture che possono accrescerne la consapevolezza.
    I problemi della scuola sono vasti e diversi e la Gelmini ne rappresenta in persona un buon gruppo.
    Attendersi da personaggi di tale risma cose diverse rientra in quel genere di aspettative che ho ormai abbandonato.
    Al contrario continuo a scoprire che anche i dirigenti scolastici spesso offrono degno spettacolo di come travisare ogni buon senso e rileggere i dettami di collaborazione e fedeltà alle istituzioni come se ogni protagonita (io però essendo un genitore non mi definirei protagonista) fosse un burattino da manipolare (invece) per finalità che non riesco a definire che partitiche (e sono stato educato).

    Un Sorriso

  4. Azalais says:

    @Il più cattivo, grazie dell’interesse, mi fa molto piacere.
    (Secondo me, un genitore è protagonista della scuola. Certo, nel suo ruolo di genitore, quindi senza la presenza fisica in classe tutti i giorni.)
    Sono stanca, e domani devo subire un esame. Posso spiegarmi meglio un altro giorno?

  5. George Frusciante says:

    Lo scopo è proprio quello, lasciare la gente sporca di merda. Ahinoi.

  6. […] è sorridere Parto da questo post illuminante della cara […]

  7. Yanez says:

    Non discuto le rivendicazioni di categoria, perché non ne so e non me ne importa nulla. Sul concetto di “fare politica a scuola”, al contrario, potrei citare una lunga serie di esempi tratti dalla mia carriera da studente, (non) tanti anni fa: professori che tuonavano contro Craxi (invece di spiegare la fisica), professoresse che leggevano l’Unità (invece di Platone), altri che ci istruivano sulla mafiosità di Andreotti (invece che su Leopardi) interi collegi di docenti che ci portavano, in fila indiana, a fare fiaccolate per difendere Saddam Hussein dall’America con cartelloni disegnati da loro (invece di portarci nei musei), e alle medie interrogazioni alla cattedra in cui per prendere un buon voto dovevi dire che Israele è una bieca potenza colonialista (invece di, che ne so, le Guerre Puniche?). Ti è familiare questo quadro?

  8. Azalais says:

    Sul fatto che sia condannabile fare propaganda ideologica invece di fare lezione siamo tutti d’accordo.

    E infatti la mia discussione non è a proposito dell’opportunità da parte degli insegnanti di discutere se il colore più adeguato della kefia sia nero, verde o rosso, ma riguarda l’assurdità, a mio parere, dell’ingiunzione a non muovere critiche pubbliche alla propria amministrazione, che è amministrazione pubblica. Non è la stessa cosa, specie poi se le critiche riguardano aspetti brutalmente organizzativi.

    Il quadro che mi descrivi mi è familiare, i miei insegnanti ci costringevano a andare a messa in orario scolastico, o, peggio, a andare a confessarci. Eravamo molto contenti di perdere ore di lezione. Specie io, che, già non credente, durante le confessioni rimanevo da sola in classe o in cortile. Era la mia ora alternativa.

    (Difendere Saddam Hussein dall’America?! Della prima guerra del golfo mi ricordo a stento: ma quanto siete vecchi tu e mio marito?)

    (Mi ricordo la lotta che ho fatto per non rivelare ai ragazzi cui facevo supplenza per che partito politico votassi:

  9. Yanez says:

    Be’, insomma: la frase della ministra che hai riportato a me pare sensata (a differenza da altri passaggi meno condivisibili della reprimenda, come l’invito a non sputtanare il ministero con la stampa). Voglio dire: leggere comunicati politici di protesta in classe davanti a una platea di ragazzini, guidare scolaresche a manifestazioni sindacali, comunicare alle famiglie degli scolari il proprio malcontento attraverso gli strumenti degli istituti scolastici è davvero scorretto. Non è come quando gli impiegati del Comune affiggono in ufficio un foglio di rivendicazioni, non è come uno sciopero. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, dice un Classico, e gli insegnanti abusano spesso del loro. Lo so io e lo sai tu.

    (Siamo vetusti, io e tuo marito.)

  10. Azalais says:

    Scusa per il ritardo nella risposta.

    Sai bene che né io né la ministra stiamo parlando di rivendicazioni sindacali, che pure sono legittime.
    Non sto guardando al piano dei grandi o confusi ideali, ma a quello della gestione spicciola. Se mancano i soldi per la carta nei bagni, secondo me, i genitori lo devono sapere. Non è possibile chiamare supplenti perché non ci sono i soldi per pagarli, e si preferisce far perdere ore di istruzione ai bambini/ragazzi: i genitori lo devono sapere. Se l’edilizia scolastica è quella che è, se è in corso un’epidemia di pidocchi, se le classi che si formano sono troppo numerose, i genitori hanno il diritto di saperlo. E questo perché la scuola è pubblica, perché siamo in una democrazia e non c’è da “salvare il profitto”, ma da far funzionare al meglio le cose, con coscienza. Le istituzioni non vengono svilite dalle cose che non vanno. Al massimo, se le cose spicciole non vanno, è la persona del ministro a fare una pessima figura, non l’istituzione Ministero dell’Istruzione. (Eh, sì, ha cambiato nome)

    Quello che a me fa venire l’orticaria è la gestione privatistica del pubblico. E il tentativo di trasformare la politica in una cosa che riguarda solo gli eletti, e in una cosa grossa, di grandi gestioni. La politica è invece un piccolo dovere del cittadino. Il dovere di denunciare che manca la carta nei cessi, e di cercare soluzioni insieme.

  11. Eno says:

    “Nel fare politica di solito si segue un’idea di base su come dovrebbe essere la società.”

    D’accordo con le frasi seguenti, ma questa è la definizione di ideologia.

  12. Azalais says:

    E quindi? Non è normale agire secondo una direzione?

  13. […] da questo post illuminante della cara […]

Leave a Reply