Caro webmaster

Aug 19th, 2010 Posted in Link, fatti miei, polemica | 2 comments »

Caro webmaster,
Io ti odio. Da anni uso browser diversi da IE, e non ho quasi mai problemi. Opera è efficace e efficiente, e sebbene io abbia cominciato a usarlo per ragioni intime e legate alla sfera degli affetti, ossia “Amore mio, se lo dici tu che è ottimo provo”, adesso è il mio browser principale, che utilizzo per fare un po’ tutto.

In questo periodo dell’anno, però, IE diventa indispensabile. Il sito dell’ufficio scolastico provinciale della città in mezzo alla Sicilia in cui ho deciso di esercitare le mie prestazioni di insegnante a tempo è incomprensibile a tutte le macchine che non installino IE. Il mio povero Cosimo -il mio computer prende il nome da Cosimo Piovasco di Rondò, il Barone rampante del romanzo di Calvino- rimane perplesso e instupidito. Poveretto, bisogna capirlo, vive grazie a Ubuntu Karmic Koala. Il sito dell’USP, in sé, si vede. Non ne è visibile solo la parte centrale, un menù a scorrimento cui sono linkate le novità. Manco a dirlo, è ciò che interessa a me, maledizione.

Mentre scrivo, il mio favoloso marito sta esaminando il capolavoro della moderna tecnologia, e dopo aver lanciato alto il lamento del geek davanti al codice scritto ad capocchiam “non mi fare guardare queste cose!”, sta cercando di trovare un sistema per permettere a me e agli altri disgraziati di riuscire a accedere alle informazioni che ci servono. [EDIT] Potete scaricare lo script qui (per greasemonkey, ma funziona anche in Opera).

Caro webmaster, noi ti condanniamo a scrivere per mille volte “non esiste solo Internet Explorer”e per mille volte “Il sito di un ente pubblico deve essere accessibile a tutti”. Mi piacerebbe lo facessi con il metodo Umbridge, ma reprimerò la mia sete di vendetta.

Se ci riconosceremo, ci riconosceranno

Mar 8th, 2010 Posted in Uncategorized, polemica | no comment »

Puntuale come ogni anno, e non potrebbe essere altrimenti dato che non si regola con i cicli della luna come carnevale e pasqua, arriva la festa della donna. Per molti anni per me, donna superiore e femminista fin da bambina -per indole più che per eredità culturale, la parte materna della mia famiglia è composta da donne autodeterminate più per costituzione che per ideologia – la festa della donna è stata un momento di incontenibile spasso. Trovavo molto divertente immaginare signore imbellettate in vesti animalier raggiungere locali di discutibile ambiente per festeggiare con del prosecco e uno spogliarello maschile il fatto di essere donne e di poter uscire, una sera l’anno, a festeggiare per il fatto di esserlo, donne, imbellettate e in vesti animalier, andando in locali di ambiente discutibile a bere prosecco e infilare banconote nel tanga di un giovane tamarro. Rare volte credo che il mio immaginario abbia raggiunto così accurate punte di realismo post-verista.

Poi ho avuto la fase arrabbiata. Cito direttamente un post di allora. Essere in rete since 2003 ha i suoi vantaggi, in fatto di reperibilità dei documenti che non ho cancellato. Qui il link alla pagina originale.

Cosa aspettarsi da me, a proposito della festa della donna? Probabilmente una serie di sproloqui sullo squallore dell’andare a vedere gli spogliarelli, sui poveri alberi di mimosa spennati, sul fatto che essere donna non è poi una cosa straordinaria, visto che lo è metà dell’umanità, e tra le altre cose è la mia realtà quotidiana. Cose vere e sacrosante.

Sull’inutilità dell’otto marzo in sé, invece, non mi sentirete dir nulla. Perché è profondamente giusto ricordare.

E’ giusto ricordare che tante guerre si sono combattute e si combattono sul corpo delle donne, non persone, ma fattrici di nuova vita. Decisioni prese da altri, per scopi di altri, all’insegna della piena passività/ricettività del femminile. Stupri etnici, matrimoni per forza, l’oppressione di un cristianesimo dimentico di Maddalena, la minaccia di revisione della 194.

E’ giusto ricordare che, per migliaia di anni, a una buona fetta dell’umanità non è stato permesso esprimersi secondo le sue capacità. Che ad oggi in molti luoghi la situazione non è cambiata. E quanto abbiamo perso tutti, in fatto di scienza, di letteratura, di filosofia, di arte, dall’impossibilità di operare di tante belle menti che non si sono potute scoprire tali.

E’ giusto ricordare che è una schiavitù che ha fatto comodo anche alle donne, per anni, e che è ancora ben lontano dall’essere superata, perché ancora noi donne non abbiamo trovato la nostra via per essere persone, senza né virilizzarci, né abdicare all’indipendenza. Dobbiamo lavorare, per noi e per i nostri figli, per costruire una cultura che sia davvero di tutti.

Per favore, quindi, non fateci gli auguri. E’ una giornata di lutto.

Oggi sono ancora convinta di quello che ho scritto anni fa, e sono molto felice di averlo ritrovato e riletto: aiuta a tirar su la stima di sé, troppo spesso calpestata. È problema femminile anche questo, ormai di frequente misconosciuto. Ma aggiungerei che ritengo che adesso si sia fatto ancora più necessario che anche gli uomini comincino a riflettere sul proprio ruolo. I rapporti fra i sessi -che poi è come dire i rapporti tra le persone- o almeno la rappresentazione che di essi fa la politica, mi sembrano tornati a essere in modo palese rapporti di potere. La questione femminile non riguarda più solo i diritti delle donne, ma diventa sempre di più una questione di coscienza critica e di osservazione attenta dei rapporti dell’individuo con il potere subito e esercitato. Non possiamo considerarla una questione archiviata, e non potremo mai considerarla tale: se non lottiamo noi per difendere i nostri diritti non lo farà nessun altro.

Dobbiamo mettere la mimosa sul bavero, allora? Se non siamo allergiche, perché no.

La virtù meno apparente

Feb 24th, 2010 Posted in polemica | 12 comments »

Governare l’immagine di sé in rete non vuol dire solo non farsi sfuggire dati che potrebbero metterci in imbarazzo se capitassero sulla scrivania del capo, o della nonna, ma anche cercare di capire l’effetto che le proprie esternazioni creano sulle persone con cui si è in contatto. Farlo è tanto più indispensabile quanto più si ha visibilità, in rete e nella società civile (ma poi oggi sulla rete e su facebook in particolare  c’è differenza tra internet e  società civile?). D’altro canto, è un fatto che ci sono persone che, per ragioni che non mi sogno nemmeno di indagare, non hanno voglia di/non sono in grado di autodisciplinarsi. Ed è un bene che lo facciano, si impara a diffidare.

Ho scritto la mia tesi di laurea ascoltando in maniera ossessiva le Variazioni Goldberg di Bach suonate da Glenn Gould: il disco che è più facile trovare a casa di chi di musica classica ne capisce poco o nulla. Non so come corregga le tesi il mio relatore, se in ascetico silenzio o ascoltando techno. Non so cosa stimoli al meglio la sua concentrazione, la giusta concentrazione che denota rispetto del lavoro altrui da parte di chi ha stabilito un patto di fiducia con i propri tesisti. Ma ecco, a scoprirlo creatore di una fan page su facebook rivolta a dimostrare l’apprezzamento nei confronti dell’attività di “Correggere le tesi con iTunes aperto e la musica sparata a tutto volume”, rimarrei male.

Non sto a sindacare sulla liceità dell’ascoltare musica a tutto volume mentre si lavora. Qualsiasi cosa possa essere utile a concentrarsi per me va bene. Quando studio passeggio per la casa, quando scrivo ascolto musica -sempre gli stessi brani per lungo tempo, con fine ipnotico-.

Trovo però che il messaggio trasmesso dalla Fan Page non sia: “uh, come mi concentro bene con la musica a tutto volume”, ma:  “Uh, ecchissene delle tesi”.

Quando ero alla scuola per insegnanti apprendisti mi hanno insegnato che per un insegnante è importante rendersi conto del feedback reale dei propri allievi, del reale effetto che l’agire del docente ha su di loro. Mi hanno insegnanto anche che se si appare poco coerenti con il  proprio ruolo, o disattenti, è difficile fornire elementi di istruzione.

Torno a essere studentessa, dunque -del resto, lo sono stata fino alla fine di gennaio, se si è studenti ai corsi di specializzazione- e offro il mio sincero parere sulla fan page “Correggere le tesi con iTunes aperto e la musica sparata a tutto volume”.  L’impressione che a me dà  è che il suo fondatore voglia fare il figo, se mi è lecito il giovanilismo che più mi sembra adatto al caso. Spero in una svista data dall’allegria di una sera alcolica, o in un furto di password, perché di professori yeah ne abbiamo abbastanza.

Altre riflessioni sullo stesso argomento qui, qui, e qui

Nun (te reggae chiù)

Feb 23rd, 2010 Posted in polemica | 2 comments »

Durante il mio secondo tirocinio, quello del corso per insegnanti apprendisti specializzati in ragazzi caciaroni e silenziosi ma con qualche difficoltà in più, mi è capitato di assistere a un’ora di religione. La collega (BUM) ha detto alle ragazze di una seconda di considerare Gesù il loro fidanzato, un fidanzato che le ama sempre.

Mi son venute in mente immagini di suore baffute e odorose di confetto falqui.

Il video è stato realizzato dal gruppo laicità della cgil e dalla comunità valdese di Savona.

I disegni sono del sempre grande Danilo Maramotti

Non pensate all’elefante

Dec 14th, 2009 Posted in polemica | 3 comments »

Non mi vedo sulle barricate. Non sono tipo, anche se a volte mi lascio andare a opinioni recise e più di una volta ho sperato nel manto della grande consolatrice per mettere fine a quest’epoca di pazzi grotteschi, inquietanti e pericolosi. Non che io sia convinta che la morte dell’elefante possa portare chissà quale epoca di gioia e benessere, ma quando si vuole evadere da una prigione qualsiasi cunicolo è buono, fossero anche le fogne. Non mi importa nulla del fatto che la violenza dei toni, dei discorsi, della società ha chiamato altra violenza. Mi importa osservare che cosa questa violenza diventerà. E ho una paura dannata.

Non mi vedo sulle barricate, ma non mi vedo nemmeno in esilio, anche se a espatriare ogni tanto penso. Sapete, la nostalgia di cui è zeppo il nostro radicalismo vintage mi inquieta. È come se tutto fosse già visto, come se anche un’eventuale rivoluzione dovesse riprendere gli stessi schemi del passato, la protesta per il pane, Gaetano Bresci, gli scioperi, il biennio rosso, olio di ricino, Resistenza, Sessantotto, le Brigate Rosse. Sull’altro versante stavolta non c’è Bava Beccaris, non c’è Mussolini, non ci sono i borghesi tutti dei porci. C’è qualcosa che io non ho capito bene, che somiglia abbastanza al fascismo da costringermi oggi a pensare a Anteo Zamboni e a sentirmi in grossi guai. Ma che allo stesso tempo percepisco molto diverso dal fascismo. Ci vorrebbe mio nonno, che il fascismo l’ha vissuto.

Ma forse non ci sono due schieramenti, ce n’è uno solo. Tutti siamo immersi in linguaggi simili, e alla fine ci troviamo tutti in superficie a pensare le stesse cose, a usare le stesse parole. A contaminarci col nulla montato a neve.

Non è un elogio alla purezza, ma una riflessione a alta voce.

Per leggere altre riflessioni più interessanti della mia date uno sguardo qui e qui.

C’è chi nasce…

May 27th, 2009 Posted in polemica | 2 comments »

Pubblicità sui muri della mia città:
Due donne: una di loro, carina, non appariscente, spinge una carrozzina accompagnata da un uomo, molto maschio padre protettivo. L’altra, in minigonna e tacchi alti, spinge un tosaerba.

Slogan: C’è chi nasce facile.

Avevo pure la macchina fotografica in borsa. Ma ero in macchina, non ho avuto il tempo di fare una foto. Rimedierò.

Report

Mar 20th, 2009 Posted in polemica | no comment »

LA SICILIA AVI UN PATRUNI

La Sicilia avi un patruni
un patruni sempri uguali
ca la teni misa ncruci
e ci canta u funerali
la Sicilia avi un guvernu
un guvernu talianu
cu la furca a lu capizzu
e la corda nta li manu
la Sicilia avi una patria
chi la strinci nta li vrazza
ma nzammai dumanna pani
finci dallu e tannu ammazza
la Sicilia è spupulata
un disertu ogni paisi
vecchi e cani nta li strati
picciriddi scavusi misi
li picciotti sunnu fora
ca li vrazza l’annu sani
ma lu patri talianu
si vinniu p’un pezzu di pani
la Sicilia è addummisciuta
dormi un sonnu di li morti
ed aspetta mentri dormi
chi canciassi la so sorti
ma la sorti nun è ostia
nun è grazia di li santi
si cunquista cu la forza
nta li chiazzi e si va avanti
povira terra mia
comu si po’ campari

La Sicilia ha un padrone sempre uguale, che la tiene in croce e le canta il funerale.
La Sicilia ha un governo italiano, con la forca e il cappio, e la corda tra le mani.
La Sicilia ha una patria che la stringe tra le braccia, ma se per caso le chiede pane finge di darglielo e allora l’ammazza.
La Sicilia è spopolata, un deserto ogni paese, vecchi e cani per le strade, i bambini scalzi.
I giovani sono fuori, che le braccia le hanno sane, ma il padre italiano se li è venduti per un pezzo di pane.
La Sicilia è addormentata, dorme il sonno dei morti ed aspetta mentre dorme che cambi la sua sorte.
Ma la sorte non è ostia, non è grazia dei santi, si conquista con la forza nelle piazze, e si va avanti.
Povera terra mia, come si può vivere!

Il tarlo del sospetto

Mar 12th, 2009 Posted in polemica | no comment »

Il tarlo del sospetto è quella cosa che ci rode dentro (rododendo) quando pensiamo che qualcuno abbia compiuto o stia per compiere un’azione disdicevole. Ancora più intensa è la tortura quando l’azione è ben nota e il presunto colpevole pure.

(Esempio di rododendro  in vacanza sulle Alpi. Fonte )

Fin qui avrei voluto parlare di Il Sospetto, romanzo breve di Friedrich Dürrenmatt [1] , avvincente e mostruoso con garbo. O forse avvincente perché garbatamente mostruoso.  Poi le intenzioni serie hanno deciso di cambiare aria e, pensato che le Hawaii potessero essere un posto appropriato in cui fare una vacanza, sono andate lì. Stanno visitando Honolulu, e manderò loro una cartolina per richiamarle quando deciderò di rimettermi a studiare John Stuart Mill. Questo post, da letterario che era, è immantinente diventato psico-antropo-sociologico 2.0

Il tarlo del sospetto ha un fratello, che di mestiere fa anche lui il tarlo: il tarlo della gelosia.

Il tarlo della gelosia è un tarlo ben più specializzato del tarlo del sospetto. Si può sospettare di tutto, che x abbia rubato la marmellata di y, ad esempio, o che il dottor N, noto torturatore nazista, e il dottor E, stimato direttore di una clinica di lusso, siano la stessa persona. Per scoprire la verità, liberandosi del tarlo, nel primo caso basta guardare le dita di x, perché si sa, i ladri di marmellata raramente si lavano le mani dopo il furto. Nel secondo, è sufficiente farsi ricoverare nella clinica del dottor E e sperare di sopravvivere.

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Il tarlo della gelosia non è così facile da far fuori: l’acclarare i fatti non basta per farlo ritirare in buon ordine nel buio delll’incoscienza.

Capita che il tarlo della gelosia prenda dimora dentro i computer collegabili alla rete, e alligni in certi luoghi comuni ben precisi. Che internet serva a attraccare, ad esempio. Come si fa a sconfiggere il tarlo della gelosia in questi casi? L’unico modo per combatterlo almeno un po’ consiste nel mostrare a tutti il proprio diritto di proprietà: solo affermando il proprio legittimo ruolo di fidanzati è possibile fa arretrare il tarlo, che in fondo in fondo è un animaletto schivo, e teme la sovraesposizione mediatica.

É l’unica spiegazione che riesco a darmi dell’inspiegabile proliferare di avatar di coppia su Facebook.

P.S. Nessun tarlo è stato maltrattato durante la realizzazione di questo post.

P.P.S. Per i lettori famigliari: nessun problema di gelosia, si tratta di puro accademismo.

[1] A parte che per aver scritto La morte della Pizia, perla senza pari, Dürrenmatt è da idolatrare per questa frase, tratta dal suo Romolo il Grande: “Patria, si fa chiamare lo Stato ogniqualvolta si accinge a uccidere”. L’ho trovata su wikiquote, che nessuno se ne abbia a male.

Cercasi Alessandro Magno

Jan 13th, 2009 Posted in fatti miei, polemica | 4 comments »

Aggiornamenti sulla questione Infostrada

Dopo varie chiamate, iniziate a novembre, il mio numero di casa è stato messo in blacklist. È evidente che sia così: non sono più riuscita a parlare con nessun operatore del servizio tecnico, a qualsiasi ora del giorno provassi a chiamare. Nel frattempo il mio ragazzo è stato mandato dall’altro lato del mondo -6 ore di fuso orario- per lavoro.

Per cercare di aver modo di parlargli, ogni tanto, ché se mediti di sposare qualcuno averci ogni tanto a che fare fa piacere, ho riprovato a chiamare Infostrada. Al commerciale, visto che il servizio tecnico ormai mi è precluso. E allo scopo di chiedere quanto costa telefonare alla località a sei ore da +1 e a -4 gradi celsius in cui passa le sue giornate Oblomov[1]. Già che ero lì, all’operatrice gentile ho chiesto a che punto fosse la mia linea adsl, facendo notare che il problema di chiamare tanto lontano non si sarebbe posto se avessi possibilità di connettermi senza cavalcare i wii fii altrui come un’eroina cyberpunk. Ehm, questo non l’ho detto.

Risposta?
-Eh, scusi, non posso aiutarla, ci sono dei blocchi sulla linea.
-Mi scusi, da profana viene da pensare che le operazioni fisiche da compiere sulla linea siano: staccare spinotto, attaccare spinotto. Evidentemente c’è il nodo di Gordio tra i fili del telefono.
-………………. silenzio
-Grazie per la sua gentilezza, buongiorno
-Buongiorno

Che vuol dire che ci sono dei blocchi sulla linea? Mi viene da pensare a grossi macigni, blocchi di granito, di marmo, di pietra lavica, di tufo, colate di piombo fuso, massi di travertino. Posti di blocco che cercano di non far passare il segnale perquisendo uno per uno tutti i pacchetti dati manco si trattasse di cercare un pericoloso narcotrafficante stupratore di bambini.
Non chiedo di avere immediatamente l’adsl, con tante scuse e vari euri di danni. Vorrei sapere cosa accidenti vuol dire che ci sono “blocchi sulla linea” e cosa diamine si deve fare per rimuoverli.

Come ho modo di pubblicare questo post ho modo di contattare Oblomov, e sta bene. Collegarsi appoggiata alla finestra del cesso è un altro modo per dire “Ti amo”

[1] 29 centesimi di scatto alla risposta e poi 12 centesimi al minuto. La telefonata tipo tra me e lui verrebbe a costare al massimo 77 centesimi. Ma prima dovrei farmelo passare, cercando di comunicare in una lingua che leggo con gran facilità, ma che non parlo se non con grandi sforzi.

Cambiare colore

Nov 7th, 2008 Posted in polemica | 4 comments »

Ché se c’era qualche possibilità di portare con un minimo di fierezza cosmopolita il tricolore, e di proclamarsi italiano in pubblico senza arrossire, il nostro presidente del consiglio l’ha fatta fuori.

Ancora grazie a chi l’ha votato: avevo proprio voglia di farmi pigliare per il culo un po’ da mezzo mondo.