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Il mestiere del libraio. Appunti

Mar 12th, 2011 Posted in Uncategorized | 6 comments »

Fare il libraio non è né affascinante né romantico. Il libraio non è l’intellettuale in giacchetta di velluto a coste che passa il tempo a leggere i libri che vende: dimenticatevi la mitologia. Per fare il libraio servono braccia forti e gambe allenate a chilometri di corsa. Fare il libraio significa tornare a casa con l’acido lattico in giro per il corpo, le mani rovinate e a volte il mal di schiena.

Fare il libraio significa ricevere insulti dai clienti, che lo trattano come se non avessi idea di ciò che un libro può contenere, specialmente quando sono loro a essere ignoranti, o quando avanzano avvolti nella bolla di prosopopea del professore universitario ai vertici della carriera, del giornalista affermato e del pensatore incompreso dalla società. Significa scontrarsi con la figura a volte un po’ patetica dell’autore ingannato dalla casa editrice a pagamento cui si è rivolto, che gli ha detto che avrebbe trovato la sua preziosa opera in ogni libreria, mentre così non è, e non può mai essere.

Il libraio è il più umile degli intellettuali. È colui che classifica, che organizza, che ricorda.

Il libraio è l’unico intellettuale che per lavoro spolvera.

 

La foto viene da qui. Geniale.

Vita piena.

Feb 19th, 2011 Posted in Uncategorized | no comment »

Piena così non è mai stata. Non impegnata, ma piena. Vita colma, come una coppa piena di vino o un cesto pieno di frutta, come una brocca.

Fumettofilie

Dec 25th, 2010 Posted in Uncategorized | no comment »

 

Non che io voglia sottolineare un osceno desiderio, ma di Joann Sfar, mia ultima passione in fatto di fumetti, mi pregio possedere copia solo di:

 

E Sfar è un autore prolifico.

Troppa grazia

Nov 3rd, 2010 Posted in Uncategorized | 5 comments »

Secondo giorno.

Cistite

Segni del cielo

Nov 2nd, 2010 Posted in Uncategorized | 5 comments »

Ho un nuovo lavoro. Comincio oggi.

Fuori diluvia.

E il Garibaldi è ricercato in tutti i mari del sud, ma non si può tagliar la barba per questioni di look

Aug 2nd, 2010 Posted in Uncategorized | no comment »

Il Risorgimento è stato fatto alla stessa maniera da chi ha combattuto armi in pugno e da chi ha contribuito alla causa dell’unità nazionale con la spada delle idee e la lancia dell’arte.

Gli uomini con la barba si somigliano un po’ tutti, che siano filosofi, monaci, medievisti o matematici, babbi natale o minatori, santi, poeti o navigatori. Senza fare psicanalisi d’accatto -noi donne ci nascondiamo con il trucco, gli occhiali da sole, cappelli e capelli, loro con quei peli facciali che su di noi estirpiamo senza alcuna pietà- la barba è spesso segno di personalità forte, dura e riservata.

Ben si attaglia la barba al fuoco dell’arte e a quello della battaglia, che scaturiscono dagli stessi recessi dell’anima. Ma affinità a parte non trovate che il Verdi ritratto all’esterno del teatro comunale di Noto somigli un po’ troppo a Garibaldi?

Colonna sonora, è ovvio.

Che puzza di capro

May 22nd, 2010 Posted in Uncategorized | 13 comments »

Sei capro espiatorio, tu. Zitto e feti. Un capro è un capro è un capro, e bela sempre la stessa nota, beee beee beee. Non parlano, i capri, e guai a loro se lo fanno. Belano, al massimo, ma l’olocausto viene meglio quando sono capri zitti, belle pecorelle bianche dalla lana riccioluta. E quindi, zitto tu, capro. Sei capro, e taci portando il gravoso fardello di ogni problema della scuola.

Non voglio pensare sempre all’elefantino, e gridare “al fascismo al fascismo”, ché quando il fascismo si presenta rischiamo di non riconoscerlo più. Sono però allibita da questo articolo. È molto grave: siamo in piena censura, oltre le prove tecniche di fascismo. Potrei iniziare a citare i padri nobili della nostra democrazia, tuonare sull’articolo 21 della costituzione, e sugli articoli 33 e 34 che tanto mi sono cari. Ma non lo faccio, e userò un linguaggio pedestre, perché mi sembra quello più adatto al caso. Il linguaggio appena sopra l’insulto diretto, perché chi tratta i cittadini alla stregua di sudditi, e ne cerca l’aderenza del pensiero agli ordini del potere, non merita la carità della gentilezza nelle parole.

Cito:

“E’ lecito – dichiara il ministro dell’Istruzione – avere qualsiasi opinione ed esprimerla nei luoghi deputati al confronto e al dibattito. Quello che non è consentito è usare il mondo dell’istruzione per fini di propaganda politica che nulla hanno a che vedere con i compiti della scuola. Chi desidera fare politica si candidi alle elezioni e non strumentalizzi le istituzioni”.

Quando si fa propaganda politica a scuola? Quando si dice che i tagli ai finanziamenti dell’istruzione portano a classi con un numero abnorme di alunni? Ma questa è la scuola che parla di sé stessa, e ha necessità di farlo per sopravvivere, per apportare il proprio contributo diretto e consapevole alla discussione collettiva.

Definiamo il concetto di “fare politica”. Fare politica -sarò old fashioned- vuol dire prendersi cura della polis, ossia della collettività. A fare politica sono tenuti tutti coloro che sono responsabili della polis, o -per usare un termine un filino meno passato- dello stato, e in democrazia ciascun cittadino ha piena responsabilità. Nel fare politica di solito si segue un’idea di base su come dovrebbe essere la società. Io, per me, son dell’idea che i servizi essenziali debbano essere gratuiti e accessibili a tutti, che tutti debbano a seconda delle proprie capacità contribuire al sostentamento sociale pagando le tasse, e che lo Stato debba tutelare i diritti dei cittadini, in primis quello al lavoro e alla autonomia nella scelta e nella parola.
Definita la politica come cura della polis, va da sé che denunciare che manca la carta igienica nei cessi della scuola è un’azione politica. E l’idea di base che segue è che siccome la scuola svolge un servizio a persone, è giusto che si prenda carico anche di alcune attività necessarie perché lo studio si svolga nella maniera più efficace possibile, e la più confortevole. Evacuazione inclusa. E via discorrendo per il resto delle questioni.

Non capisco perciò perché denunciare le magagne della scuola debba essere “strumentalizzare le istituzioni”, o “usare il mondo dell’istruzione per fini di propaganda politica”. Che tu sia comunista, fascista, forzaitaliota o come diamine si chiamano adesso, se manca la carta rimani sporco di merda.

Se ci riconosceremo, ci riconosceranno

Mar 8th, 2010 Posted in Uncategorized | no comment »

Puntuale come ogni anno, e non potrebbe essere altrimenti dato che non si regola con i cicli della luna come carnevale e pasqua, arriva la festa della donna. Per molti anni per me, donna superiore e femminista fin da bambina -per indole più che per eredità culturale, la parte materna della mia famiglia è composta da donne autodeterminate più per costituzione che per ideologia – la festa della donna è stata un momento di incontenibile spasso. Trovavo molto divertente immaginare signore imbellettate in vesti animalier raggiungere locali di discutibile ambiente per festeggiare con del prosecco e uno spogliarello maschile il fatto di essere donne e di poter uscire, una sera l’anno, a festeggiare per il fatto di esserlo, donne, imbellettate e in vesti animalier, andando in locali di ambiente discutibile a bere prosecco e infilare banconote nel tanga di un giovane tamarro. Rare volte credo che il mio immaginario abbia raggiunto così accurate punte di realismo post-verista.

Poi ho avuto la fase arrabbiata. Cito direttamente un post di allora. Essere in rete since 2003 ha i suoi vantaggi, in fatto di reperibilità dei documenti che non ho cancellato. Qui il link alla pagina originale.

Cosa aspettarsi da me, a proposito della festa della donna? Probabilmente una serie di sproloqui sullo squallore dell’andare a vedere gli spogliarelli, sui poveri alberi di mimosa spennati, sul fatto che essere donna non è poi una cosa straordinaria, visto che lo è metà dell’umanità, e tra le altre cose è la mia realtà quotidiana. Cose vere e sacrosante.

Sull’inutilità dell’otto marzo in sé, invece, non mi sentirete dir nulla. Perché è profondamente giusto ricordare.

E’ giusto ricordare che tante guerre si sono combattute e si combattono sul corpo delle donne, non persone, ma fattrici di nuova vita. Decisioni prese da altri, per scopi di altri, all’insegna della piena passività/ricettività del femminile. Stupri etnici, matrimoni per forza, l’oppressione di un cristianesimo dimentico di Maddalena, la minaccia di revisione della 194.

E’ giusto ricordare che, per migliaia di anni, a una buona fetta dell’umanità non è stato permesso esprimersi secondo le sue capacità. Che ad oggi in molti luoghi la situazione non è cambiata. E quanto abbiamo perso tutti, in fatto di scienza, di letteratura, di filosofia, di arte, dall’impossibilità di operare di tante belle menti che non si sono potute scoprire tali.

E’ giusto ricordare che è una schiavitù che ha fatto comodo anche alle donne, per anni, e che è ancora ben lontano dall’essere superata, perché ancora noi donne non abbiamo trovato la nostra via per essere persone, senza né virilizzarci, né abdicare all’indipendenza. Dobbiamo lavorare, per noi e per i nostri figli, per costruire una cultura che sia davvero di tutti.

Per favore, quindi, non fateci gli auguri. E’ una giornata di lutto.

Oggi sono ancora convinta di quello che ho scritto anni fa, e sono molto felice di averlo ritrovato e riletto: aiuta a tirar su la stima di sé, troppo spesso calpestata. È problema femminile anche questo, ormai di frequente misconosciuto. Ma aggiungerei che ritengo che adesso si sia fatto ancora più necessario che anche gli uomini comincino a riflettere sul proprio ruolo. I rapporti fra i sessi -che poi è come dire i rapporti tra le persone- o almeno la rappresentazione che di essi fa la politica, mi sembrano tornati a essere in modo palese rapporti di potere. La questione femminile non riguarda più solo i diritti delle donne, ma diventa sempre di più una questione di coscienza critica e di osservazione attenta dei rapporti dell’individuo con il potere subito e esercitato. Non possiamo considerarla una questione archiviata, e non potremo mai considerarla tale: se non lottiamo noi per difendere i nostri diritti non lo farà nessun altro.

Dobbiamo mettere la mimosa sul bavero, allora? Se non siamo allergiche, perché no.

Tutti devoti tutti. Ma anche no

Feb 6th, 2010 Posted in Uncategorized | 7 comments »

La festa di Sant’Agata, a Catania, è una festa invadente. Affascinante e pagana -affascinante perché pagana- ma invadente.

Lasciamo perdere la mafia, che -è provato, cfr puntata di report “i Vicerè” prima e seconda parte- non solo ha messo le mani sulla festa, ma ci rimesta dentro con gli avambracci fino al gomito. Facciamo finta che non ci sia la cera che, sciolta in terra, provoca ogni anno incidenti agli automobilisti e ai pedoni. Son quasi sicura che i catanesi che leggono abbiano tutti rimediato o quasi una culata sul basolato lavico dei marciapiedi del centro storico. In più, la gestione delle cererie è quantomeno sospetta, cfr un articolo ben documentato di Catania possibile, in un numero che non trovo più e quindi non posso allegare, accidenti. Passino pure gli incidenti, anche mortali, lungo il percorso della vara. È evidente che disapprovo la calca e la considero pericolosa perché sono miscredente, non perché anno per anno c’è il reale pericolo che qualcuno ci lasci le penne, e ogni tanto pure succede.

Ma non trovate anche voi che svegliare un’intera città alle quattro e trenta del sabato mattina con i botti dei fuochi d’artificio sia un po’ eccessivo?

Nella foto, quello che apprezzo di più della festa.

Shut up and start writing

Feb 3rd, 2010 Posted in Uncategorized | 2 comments »

Il livello che mi concede un briciolo di soddisfazione interiore per un lavoro svolto è la perfezione. Quando non posso raggiungerla, e quasi mai si può, che tutto vada a ramengo, non mi importa più. Sono ossessionata.

Questa confessione è per giustificare a me stessa il fatto che non scrivo quasi più, salvo rare incursioni qui. Da quando scrivo poco non son più capace di infilare pensieri uno dietro l’altro in maniera rilassata e qualche volta pure efficace. Le poche volte che mi siedo davanti a un dispositivo da scrittura, penna, foglio, computer che sia, produco testi che non mi piacciono per niente,  mi avvilisco e li cancello subito, senza averli fatti leggere a nessuno. Non ho mai pensato di essere una scrittrice, non so domare le parole finché mi obbediscano ciecamente, ma la parola scritta mi è sempre piaciuta. E ancor più mi piace la lucidità che mi accompagna nei periodi in cui scrivo. Prima pensavo che fosse l’essere lucida a spingermi a scrivere; ora, non ne sono più convinta. L’arte di mettere le parole una dietro l’altra, e l’arte di pensare, che poi è la stessa, non sono figlie delle muse, ma dell’esercizio e della disciplina. Devo costringermi a mettere giù qualche riga, ne va – sul serio- della mia salute.

La foto viene da qui