Il giardino di Azalais

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Así yo distingo dicha de quebranto

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Tutti devoti tutti. Ma anche no

La festa di Sant’Agata, a Catania, è una festa invadente. Affascinante e pagana -affascinante perché pagana- ma invadente.

Lasciamo perdere la mafia, che -è provato, cfr puntata di report “i Vicerè” prima e seconda parte- non solo ha messo le mani sulla festa, ma ci rimesta dentro con gli avambracci fino al gomito. Facciamo finta che non ci sia la cera che, sciolta in terra, provoca ogni anno incidenti agli automobilisti e ai pedoni. Son quasi sicura che i catanesi che leggono abbiano tutti rimediato o quasi una culata sul basolato lavico dei marciapiedi del centro storico. In più, la gestione delle cererie è quantomeno sospetta, cfr un articolo ben documentato di Catania possibile, in un numero che non trovo più e quindi non posso allegare, accidenti. Passino pure gli incidenti, anche mortali, lungo il percorso della vara. È evidente che disapprovo la calca e la considero pericolosa perché sono miscredente, non perché anno per anno c’è il reale pericolo che qualcuno ci lasci le penne, e ogni tanto pure succede.

Ma non trovate anche voi che svegliare un’intera città alle quattro e trenta del sabato mattina con i botti dei fuochi d’artificio sia un po’ eccessivo?

Nella foto, quello che apprezzo di più della festa.

Shut up and start writing

Il livello che mi concede un briciolo di soddisfazione interiore per un lavoro svolto è la perfezione. Quando non posso raggiungerla, e quasi mai si può, che tutto vada a ramengo, non mi importa più. Sono ossessionata.

Questa confessione è per giustificare a me stessa il fatto che non scrivo quasi più, salvo rare incursioni qui. Da quando scrivo poco non son più capace di infilare pensieri uno dietro l’altro in maniera rilassata e qualche volta pure efficace. Le poche volte che mi siedo davanti a un dispositivo da scrittura, penna, foglio, computer che sia, produco testi che non mi piacciono per niente,  mi avvilisco e li cancello subito, senza averli fatti leggere a nessuno. Non ho mai pensato di essere una scrittrice, non so domare le parole finché mi obbediscano ciecamente, ma la parola scritta mi è sempre piaciuta. E ancor più mi piace la lucidità che mi accompagna nei periodi in cui scrivo. Prima pensavo che fosse l’essere lucida a spingermi a scrivere; ora, non ne sono più convinta. L’arte di mettere le parole una dietro l’altra, e l’arte di pensare, che poi è la stessa, non sono figlie delle muse, ma dell’esercizio e della disciplina. Devo costringermi a mettere giù qualche riga, ne va – sul serio- della mia salute.

La foto viene da qui

Opera al bianco

Quali sono alcuni dei sintomi di una relazione infranta con la forza selvaggia della psiche? Sentire, pensare o agire in uno dei modi seguenti significa aver parzialmente reciso o completamente perduto la relazione con la psiche istintuale profonda. Ricorrendo esclusivamente al linguaggio delle donne, ecco di che si tratta: sentirsi straordinariamente aride, affaticate, fragili, depresse, confuse, imbavagliate, zittite, appiattite. Sentirsi impaurite, esitanti o deboli, senza ispirazione, senza vivacità, senza sentimento, senza senso, cariche di vergogna, cronicamente evanescenti, volatili, ferme, sterili, compresse, pazze. Sentirsi impotenti, cronicamente in dubbio, vacillanti, bloccate, incapaci di determinazione, di dare la propria vita creativa agli altri, di rischiare nella scelta dei compagni, del lavoro o delle amicizie; sofferenti per quel vivere al di fuori dei propri cicli, iperprotettive nei propri confronti, inerti, incerte, titubanti, incapaci di darsi un ritmo o di porsi dei limiti. Non insistere sul proprio ritmo e la propria misura, essere impacciate, essere lontane dal proprio Dio o dai propri dei, essere separate dalla propria reviviscenza, affogate nella routine domestica, nell’intellettualismo, nel lavoro o nell’inerzia perché questo è il posto più sicuro per chi ha perduto i suoi istinti. Paura di avventurarsi da sole o di rivelarsi, paura di cercare una guida, una madre, un padre, paura di mostrare il proprio lavoro imperfetto se non è ancora un’opera completa, paura di partire per un viaggio, paura di occuparsi di un altro o di altri, paura che venga, se ne vada, decada, umiliarsi davanti all’autorità, perdere energia di fronte a progetti creativi, trasalire e ritrarsi, umiliazione, angoscia, torpore, ansia. Paura di fermarsi quando null’altro resta da fare, paura di provare il nuovo, paura di affrontare, paura di parlare, pro e contro, mal di stomaco, crampi allo stomaco, acidità di stomaco, tagliate a metà, strangolate, troppo facilmente pronte a essere concilianti o carine, vendetta. Paura di fermarsi, paura di agire, sempre a contare fino a tre senza cominciare mai, complesso di superiorità, ambivalenza, eppure altrimenti pienamente capaci, funzionanti appieno. Queste rotture sono una malattia non di un’era o di un secolo, ma diventano un’epidemia ovunque e tutte le volte che le donne sono catturate, tutte le volte che la natura selvaggia rimane intrappolata.

Il brano è tratto da Donne che corrono con i lupi, di Clarissa Pinkola Estes.

La foto si intitola Fear of the dark, e viene da qui

Carissimo anonimo

Carissimo anonimo che sei arrivato da queste parti digitando “matrimonio oblomov azalais”, per favore, manifestati e fammi sapere chi sei. Non per altro, son curiosa.

La foto viene da qui. Tra alcuni giorni anche noi dovremo scegliere la torta.

Thanks very much to Dana Simpson for the image and for her kindness. I love her delicate comic Ozy and Millie

Quando guidi da solo guidi con Hitler

Delizioso manifesto americano di propaganda. Non pensavo che le parole delizioso e manifesto di propaganda potessero mai essere messe in una stessa frase: mi sbagliavo. Ma basta eccezioni, eh.

Non pensate all’elefante

Non mi vedo sulle barricate. Non sono tipo, anche se a volte mi lascio andare a opinioni recise e più di una volta ho sperato nel manto della grande consolatrice per mettere fine a quest’epoca di pazzi grotteschi, inquietanti e pericolosi. Non che io sia convinta che la morte dell’elefante possa portare chissà quale epoca di gioia e benessere, ma quando si vuole evadere da una prigione qualsiasi cunicolo è buono, fossero anche le fogne. Non mi importa nulla del fatto che la violenza dei toni, dei discorsi, della società ha chiamato altra violenza. Mi importa osservare che cosa questa violenza diventerà. E ho una paura dannata.

Non mi vedo sulle barricate, ma non mi vedo nemmeno in esilio, anche se a espatriare ogni tanto penso. Sapete, la nostalgia di cui è zeppo il nostro radicalismo vintage mi inquieta. È come se tutto fosse già visto, come se anche un’eventuale rivoluzione dovesse riprendere gli stessi schemi del passato, la protesta per il pane, Gaetano Bresci, gli scioperi, il biennio rosso, olio di ricino, Resistenza, Sessantotto, le Brigate Rosse. Sull’altro versante stavolta non c’è Bava Beccaris, non c’è Mussolini, non ci sono i borghesi tutti dei porci. C’è qualcosa che io non ho capito bene, che somiglia abbastanza al fascismo da costringermi oggi a pensare a Anteo Zamboni e a sentirmi in grossi guai. Ma che allo stesso tempo percepisco molto diverso dal fascismo. Ci vorrebbe mio nonno, che il fascismo l’ha vissuto.

Ma forse non ci sono due schieramenti, ce n’è uno solo. Tutti siamo immersi in linguaggi simili, e alla fine ci troviamo tutti in superficie a pensare le stesse cose, a usare le stesse parole. A contaminarci col nulla montato a neve.

Non è un elogio alla purezza, ma una riflessione a alta voce.

Per leggere altre riflessioni più interessanti della mia date uno sguardo qui e qui.

Alda Merini

Perché basta anche un niente per esser felici

basta vivere come le cose che dici

Un po’ di Calvino

Sempre però sapendo che per essere con gli altri veramente, la sola via era d’essere separato dagli altri, d’imporre testardamente a sé e a loro quella sua incomoda singolarità e solitudine in tutte le ore e in tutti i momenti della sua vita, così come è vocazione del poeta, dell’esploratore, del rivoluzionario.

Il Barone Rampante

La foto viene da qui. Grazie

Protected: Con amore

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